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Che cosa è l’IT-OT divide

Quello che oggi viene chiamato l’OT-IT divide la distanza esistente tra la parte di information technology (IT) di una azienda e la sua parte di operational technology (OT).

Per chi trova i termini poco chiari, la parte di IT rappresenta tutti i sistemi informatici e loro collegamenti (gestionale, cartelle condivise, servizi web, eccetera) mentre la parte OT rappresenta le macchine produttive, la loro organizzazione ed il loro controllo.

Il fatto che di parli di distanza tra questi due mondi è perché sempre di più si sente la necessità di farli comunicare tra di loro. Se non ci fosse questa necessità, qualsiasi fosse la distanza non desterebbe alcun interesse.

Il mondo IT già da molti anni non è più concentrato solo sul buon funzionamento di un software (che possiamo paragonare ad una macchina) ma sul flusso di dati tra software diversi che ne estraggono informazioni utili per la gestione dei processi industriali. Il “gestionale” deve parlare con il datawarehouse, il documentale deve parlare con il web ma anche con la rete di assistenza, che a sua volta deve ritornare al sistema di post vendita ed al CRM i dati degli interventi.

La parte OT è invece più concentrata sull’acquisizione di una macchina che deve svolgere un compito nel migliore dei modi ed eventualmente ad una rete di supervisione che permetta di mantenere il livello produttivo entro certi intervalli di efficienza e qualità.

Questi due approcci portano a scelte tecnologiche e architetturali completamente diverse, orientate a risolvere problemi differenti creando un gap difficile da colmare quando si debbano “connettere” fra di loro. Nel mondo OT si trovano i PLC, gli HMI, reti realtime per la sincronizzazione delle macchine, al limite sistemi SCADA. Nel mondo IT si trovano database, magari distribuiti, reti, architteture scalabili dove velocemente si possono togliere o aggiungere elementi e sopratutto flussi di dati che non servono per sincronizzare un processo produttivo ma per essere elaborati e trasformati in informazioni nuove e diverse.

Il valore di questi dati è ormai riconosciuto come un elemento fondamentale per le aziende per quanto possa talvolta sembrare fumoso il loro utilizzo o la loro trasformazione. Con le macchine sempre più digitalizzate, la raccolta dati a livello OT è diventata più semplice o comunque più praticabile rispetto ad una volta e questi dati (magari precedentemente raccolti a mano) fanno gola all’azienda che potrebbe in modo più preciso ed automatico trasformarli in informazioni.

Ciò che manca è una metodologia con la quale recuperare questi dati, essendo le macchine si più digitali ma altrettanto disuniformi nelle loro interfacce verso l’esterno. Dall’altra parte non è detto che una volta raccolte le informazioni si abbiano le competenza giuste per utilizzarle, rischiando una corsa al riempimento di database che poi diventeranno obsoleti.

Questa separazione quindi necessita di alcuni interventi indispensabili:

  • lato OT c’è la necessità di far maturare l’idea che una macchina deve nascere con la capacità di essere interconnessa e comunicare in modo chiaro e preciso dati al mondo esterno; quindi il progettista deve imparare che cosa si aspettano “là fuori” per poterlo implementare correttamente
  • lato IT c’è la necessità di raccogliere dati macchina e capire come elaborarli per estrarne informazioni, quindi comprenderne il loro significato a livello di linea di produzione

Quello che sta succedendo ora, in troppe realtà, è avere un progettista di macchine che a malavoglia inserisce un log degli eventi della macchina e dall’altra un programmatore che a malavoglia legge questi log in formato vecchio o accede con librerie oscure ai registri della macchine per mettere via dei dati in un database.

La divisione tra i due mondi, quindi, non è tanto tecnologica ma la mancanza di un processo aziendale a più alto livello che promuova questo contatto non perché “va di moda” ma già con chiare indicazioni del “che cosa se ne deve tirare fuori”.


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stefano

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