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Lavoratori e automazione: cosa ne pensano?

Un interessante articolo apparso su MIT Sloan prende in considerazione che cosa ne pensano i lavoratori del cambiamento che viene introdotto con l’automazione e il problema del percorso formativo che dovrebbero seguire per adeguarsi alle nuove tecnologie.

L’automazione non è una novità e non è una novità che la tecnologia abbia sempre rimpiazzato o profondamente modificato i lavori svolti dalle persone quasi sempre portando ad una riduzione del personale necessario. Probabilmente la tecnologia in ambito edile è l’esempio più antico e clamoroso, dove prima servivano migliaia di schiavi e dopo bastavano pochi operai per erigere la stessa struttura.

Anche l’automazione in ambito industriale è tutt’altro che una novità anzi dalla prima rivoluzione ad oggi è stato un continuo evolvere tecnologico che ha “tolto” lavoro agli essere umani. Allora perché se ne parla molto proprio in questo periodo?

Perché i cambiamenti non avvengono in modo lineare nel tempo, ma spesso “esplodono” a causa di qualche novità che permette di fare un importante balzo avanti. Questo è il periodo dell’intelligenza artificiale, della capacità di utilizzo dei dati come mai si era fatto prima, della robotica avanzata. E queste tecnologie per forza di cose finiranno nel mondo del lavoro che sia quello industriale o dei servizi. Alcune volte introducendo delle novità, altre volte eliminando delle attività prima svolte manualmente dalle persone.

Quest’ultimo aspetto è quello più critico. Da un lato si creano nuovi lavori o meglio diventano necessarie nuove competenze, dall’altro, e sarebbe sciocco negarlo, si eliminano posti di lavoro che non vengono sostituiti da altre mansioni alla portata di chi è rimasto a casa.

La necessità di nuove competenze o di un allargamento delle competenze, richiede formazione. I salti tecnologici non funzionano senza formazione. Ma questa parola misconosciuta all’interno di molte aziende, fa pensare solo a costi inutili di docenti che insegnano cose inutili a dipendenti che perdono ore-lavoro in una sala riunioni.

Ed infatti non è questa la formazione che serve o almeno non è l’unica forma. La formazione deve essere intrinseca nel progetto innovativo che si sta abbracciando, ovvero chi dovrà formarsi ad una nuova tecnologia deve essere partecipe fin dall’inizio all’introduzione della tecnologia stessa. Questo stimola l’entusiasmo di chi apprezza il cambiamento e fa breccia nel muro di gomma che sarebbe sollevato da chi preferisce che le cose non cambino.

Il primo apporterà elementi positivi ad un progetto, mettendo sul piatto la sua esperienza lavorativa e immaginando come questa cambierà e quali effetti avrà il cambiamento. Il secondo sarà meno propenso a far funzionare tutto come prima. Non tutti, infatti, vogliono che le cose cambino, anche se in meglio: l’abitudine, la routine possono essere un elemento di sicurezza che fa paura scardinare.

Nella mente delle persone ci sono tante domande lecite. E se non sarò capace? E se perdo il posto di lavoro? E se non servirò più? Sono paure che, per puro istinto di sopravvivenza, possono portare ad un rifiuto della nuova tecnologia e delle nuove metodologie, tale da renderle così inefficienti da dimostrare che “era meglio il sistema vecchio”.

Queste paure sono state alimentate anche dalla non-formazione continua. Moltissime persone sono passate da un periodo di esclusiva formazione (la scuola) ad un periodo senza più alcuna formazione (il lavoro), perdendo completamente l’abitudine al rinnovo e al cambiamento e al semplice “imparare”. Le aziende sono in parte colpevoli non avendo inserito la formazione nei piani strategici e rimandandola sempre al momento di criticità. O, peggio, immaginando di risolvere il problema con l’assunzione di persone nuove già formate.

La formazione intrinseca nel progetto elimina anche l’effetto “silos” in cui la fase formativa segue la completa implementazione della nuova tecnologia che viene quindi proposta (imposta) come un dato di fatto. Questa imposizione soffre di due principali problemi: la probabilità di non aver implementato la tecnologia nel modo corretto perché non si conoscevano le operatività in dettaglio dei lavoratori e il rischio importante di non riuscire a farla funzionare al primo colpo.

Il primo aspetto è un classico dei progetti a cascata, ormai (teoricamente) abbandonati in favore di modelli ad avanzamento progressivo e che prevedono il coinvolgimento di tutti gli attori. Sia chiaro che tantissime azienda lavorano ancora a comparti stagni, a centri di costo a silos, dove i modelli di sviluppo nuovi non possono essere implementati.

L’aspetto del “funzionamento al primo colpo” è invece legato alla condizione di stress e insoddisfazione che può causare una tecnologia nuova, introdotta per imposizione. In questo anche anche il più entusiasta può trovarsi in condizione di rifiuto vedendo il proprio lavoro complicarsi senza ottenerne alcun vantaggio. Il classico “bisogna abituarsi” non è di grande aiuto e ha un costo economico non indifferente.

Alcuni punti chiave da considerare nell’introduzione di nuove tecnologie sono quindi:

  • informare e coinvolgere nel cambiamento tutti quelli che ne saranno parte, direttamente o indirettamente, ben prima che questo inizi, facendo formazione sul perché questo cambiamento è necessario
  • creare entusiasmo per il cambiamento rendendo le persone parte attiva
  • creare aspettativa con simulazioni della nuova tecnologia che ne mettano in evidenza i vantaggi per chi la utilizzerà
  • non scaricare eventuali problemi di avvio sulle persone che devono utilizzare la tecnologia come se il tutto dipendesse dalla loro capacità o incapacità
  • prevedere formazione e supporto per l’uso efficiente della nuova tecnologia evitando di darla per scontata

 

 

 

 

 

 


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stefano

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